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16 DICEMBRE

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ADVENT SOUNDTRACK

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DI EDOARDO TRUTTERO

DI EDOARDO TRUTTERO

DI EDOARDO TRUTTERO

Ciao a tutti e tutte, questa è Advent Soundtrack 2025, la seconda edizione del mio esperimento.

Ogni giorno, fino a Natale, vi consiglierò una canzone con annessa qualche mia riflessione.

Ciao a tutti e tutte, questa è Advent Soundtrack 2025, la seconda edizione del mio esperimento.

Ogni giorno, fino a Natale, vi consiglierò una canzone con annessa qualche mia riflessione.

Ciao a tutti e tutte, questa è Advent Soundtrack 2025, la seconda edizione del mio esperimento.

Ogni giorno, fino a Natale, vi consiglierò una canzone con annessa qualche mia riflessione.

abitudini di vita

abitudini di vita

abitudini di vita

marco giudici

marco giudici

marco giudici

Avevo già scelto tutte le canzoni per quest’anno quando è uscito questo album. Non avevo mai ascoltato Marco Giudici prima, ma sentendo la prima canzone del disco ho deciso che sarebbe stato necessario farle posto in questa scaletta. 


Questo brano è un coltello affilato che ti taglia via mezzo polpastrello mentre stai affettando la cipolla, perché con gli occhi lucidi non hai visto bene cosa stavi facendo e con estrema facilità lui ti è entrato nella carne e ha lasciato un solco.


Marco ci parla di una persona persa, di qualcuno che era nella sua quotidianità, ma che ora non c’è più. Non mi sembra una canzone d’amore, ma portebbe anche esserlo. 

In particolare qualcuno che se n’è andato un po’ all’improvviso.


“A salutarti non so come si fa ora che

Ci siam cresciuti un po' troppo in questa casa

E se in un giorno così dimenticassi qui

Telefono, chiavi, abitudini di vita

Ci metterei più di troppo ad andar via”


Non sa come salutare questa persona, visto che i suoi ricordi sono dovunque in casa sua, ci sono cresciuti un po’ troppo dentro. Ora, anche se non c’è più, ogni cosa gli ricorda che prima c’era, perché le sue abitudini erano legate a quella casa in cui verosimilmente vivevano insieme.


Ci metterebbe più di troppo ad andare via di lì perché vorrebbe dire cancellare l’ultima parvenza di esistenza di questa persona nella sua vita. Sarebbe anche un modo per metterci una pietra sopra e ripartire, ma ora è troppo presto. Ci vuole ancora del tempo, più di troppo appunto.


“E senza dire niente passerei qui le notti

A fare nulla, a far tardi e finché dormi

Non chiederei: "Come stai?", so che è difficile, sai

Parlare quando si avrebbe bisogno

Di stare dentro a una bolla tutto il giorno”


Ogni giorno sembra uguale all’altro, questo vuoto incolmabile lo spinge all’apatia e all’ozio. Finisce per andare a letto tardi, ma senza fare nulla. 

In questi momenti è difficilissimo aprirsi e spiegare agli altri cosa si prova, è certamente più facile chiudersi nella propria bolla e non affrontare il problema. Una bolla fatta di abitudini e stratagemmi per evitare di fare i conti con quello che è successo e di fatto non fare progressi per lasciarsi questa storia alle spalle.


Il ritornello è il vero protagonista di questa canzone. La sua delicatezza e la sua crudeltà sono disarmanti. Il fatto che sia anche canticchiabile lo rende ancora più struggente.

Inizia così:


“Una sera come tante

Vivi o morti indifferente”


Come dicevo prima, ogni sera diventa uguale alle altre, non facendo nulla di produttivo, come se fosse già morto. A tal punto che se morisse davvero farebbe poca differenza.


“Se il tempo passa, è un prepotente

Che fa a pezzi queste ore

Di una sera come tante

In cui non so dove finire

Per non avere mai distanze

Che mi separino da te”


Il tempo che diventa un prepotente, perché passando si porta via tutto senza chiedere il permesso. I ricordi diventano sempre meno nitidi, finendo per far uscire completamente dalla nostra vita le persone che non ne fanno più parte, perché lo sforzo per trattenerle con noi diventa insostenibile. 


Il tempo che passa, fa a pezzi anche tutto il tempo della vita non vissuto, passandolo a piangersi addosso, tempo che non gli ridarà più nessuno. Ore che non si ricorderà di aver vissuto perché non ha fatto nulla. 

Fa a pezzi anche tutti i tentativi vani di cercare di colmare la distanza che ci separa tra noi e chi se n’è andato, probabilmente per sempre. Ma comunque, la cosa che conta è che questa persona non ci sia più, spostare il discorso sulla propria sofferenza sarebbe una mancanza di rispetto. Infatti il ritornello si chiude così:


“Ma non è questo l'importante

No, no”


L’ultima strofa ha solo quattro versi e suonano più o meno come quattro pugni nello stomaco:


“È un gran casino ultimamente

E il vento infischia indifferente

Nel rimbombo degli androni, mhm-mhm

Solitudine di agosto del solito posto”


Cercando di riassumere il nostro stato d’animo, magari giustificandoci per qualche comportamento inappropriato, spesso si semplifica dicendo “è un gran casino ultimamente”. Spesso però, raramente questo rende l’idea di quanto sia complicato questo periodo o da quanto tempo duri questo “ultimamente”.


Eppure c’è il vento che fischia, occupando lo spazio che occupava la persona che ora non c’è più. Anche lui, come il tempo che passa, è incurante della nostra sofferenza, quindi possiamo dire che sì, il vento in-fischia.


Questo rumore, una volta sarebbe stato a malapena udibile perché sovrastato dalla voce della persona che ora non c’è più, oppure sarebbe stato un argomento di conversazione. Invece ora amplifica solo questa sensazione di solitudine, risaltando il silenzio che lo circonda.


Dopo un’altro ritornello bello pesantuccio, c’è un’outro che potrebbe anche farmi piangere se effettivamente avessi qualcuno a cui pensare mentre ascolto questa canzone. 


“A salutarti non so più come fare ora che

Non ti vedo più molto in questa casa

E, anche se poi ci penso, io non penso più a te

Rimani solo abitudine di vita”


Mentre cerca di capire come andare avanti, ecco che i ricordi di questa persona spariscono e vengono sovrascritti da degli altri. All’improvviso, sono più i momenti in cui non ci pensa più che quelli a cui ci pensa.


Prima o poi, in un modo o nell’altro si riesce ad andare avanti e l’unica testimonianza del passaggio di chi non c’è più rimane ciò che ci hanno lasciato. I loro insegnamenti, le abitudini che ci hanno trasmesso, i loro modi di dire, le loro idee, più passa il tempo e meno ci ricorderemo da dove vengono, eppure sono la testimonianza più forte e concreta che queste persone siano esistite. 


Marco oltre ad essere un musicista incredibile è anche molto gentile e mi ha scritto in merito a questa canzone. Mi ha anche chiesto di non citare il fatto personale, spero di aver capito a cosa si riferisce e di aver eliminato la parte giusta.

Avevo già scelto tutte le canzoni per quest’anno quando è uscito questo album. Non avevo mai ascoltato Marco Giudici prima, ma sentendo la prima canzone del disco ho deciso che sarebbe stato necessario farle posto in questa scaletta. 


Questo brano è un coltello affilato che ti taglia via mezzo polpastrello mentre stai affettando la cipolla, perché con gli occhi lucidi non hai visto bene cosa stavi facendo e con estrema facilità lui ti è entrato nella carne e ha lasciato un solco.


Marco ci parla di una persona persa, di qualcuno che era nella sua quotidianità, ma che ora non c’è più. Non mi sembra una canzone d’amore, ma portebbe anche esserlo. 

In particolare qualcuno che se n’è andato un po’ all’improvviso.


“A salutarti non so come si fa ora che

Ci siam cresciuti un po' troppo in questa casa

E se in un giorno così dimenticassi qui

Telefono, chiavi, abitudini di vita

Ci metterei più di troppo ad andar via”


Non sa come salutare questa persona, visto che i suoi ricordi sono dovunque in casa sua, ci sono cresciuti un po’ troppo dentro. Ora, anche se non c’è più, ogni cosa gli ricorda che prima c’era, perché le sue abitudini erano legate a quella casa in cui verosimilmente vivevano insieme.


Ci metterebbe più di troppo ad andare via di lì perché vorrebbe dire cancellare l’ultima parvenza di esistenza di questa persona nella sua vita. Sarebbe anche un modo per metterci una pietra sopra e ripartire, ma ora è troppo presto. Ci vuole ancora del tempo, più di troppo appunto.


“E senza dire niente passerei qui le notti

A fare nulla, a far tardi e finché dormi

Non chiederei: "Come stai?", so che è difficile, sai

Parlare quando si avrebbe bisogno

Di stare dentro a una bolla tutto il giorno”


Ogni giorno sembra uguale all’altro, questo vuoto incolmabile lo spinge all’apatia e all’ozio. Finisce per andare a letto tardi, ma senza fare nulla. 

In questi momenti è difficilissimo aprirsi e spiegare agli altri cosa si prova, è certamente più facile chiudersi nella propria bolla e non affrontare il problema. Una bolla fatta di abitudini e stratagemmi per evitare di fare i conti con quello che è successo e di fatto non fare progressi per lasciarsi questa storia alle spalle.


Il ritornello è il vero protagonista di questa canzone. La sua delicatezza e la sua crudeltà sono disarmanti. Il fatto che sia anche canticchiabile lo rende ancora più struggente.

Inizia così:


“Una sera come tante

Vivi o morti indifferente”


Come dicevo prima, ogni sera diventa uguale alle altre, non facendo nulla di produttivo, come se fosse già morto. A tal punto che se morisse davvero farebbe poca differenza.


“Se il tempo passa, è un prepotente

Che fa a pezzi queste ore

Di una sera come tante

In cui non so dove finire

Per non avere mai distanze

Che mi separino da te”


Il tempo che diventa un prepotente, perché passando si porta via tutto senza chiedere il permesso. I ricordi diventano sempre meno nitidi, finendo per far uscire completamente dalla nostra vita le persone che non ne fanno più parte, perché lo sforzo per trattenerle con noi diventa insostenibile. 


Il tempo che passa, fa a pezzi anche tutto il tempo della vita non vissuto, passandolo a piangersi addosso, tempo che non gli ridarà più nessuno. Ore che non si ricorderà di aver vissuto perché non ha fatto nulla. 

Fa a pezzi anche tutti i tentativi vani di cercare di colmare la distanza che ci separa tra noi e chi se n’è andato, probabilmente per sempre. Ma comunque, la cosa che conta è che questa persona non ci sia più, spostare il discorso sulla propria sofferenza sarebbe una mancanza di rispetto. Infatti il ritornello si chiude così:


“Ma non è questo l'importante

No, no”


L’ultima strofa ha solo quattro versi e suonano più o meno come quattro pugni nello stomaco:


“È un gran casino ultimamente

E il vento infischia indifferente

Nel rimbombo degli androni, mhm-mhm

Solitudine di agosto del solito posto”


Cercando di riassumere il nostro stato d’animo, magari giustificandoci per qualche comportamento inappropriato, spesso si semplifica dicendo “è un gran casino ultimamente”. Spesso però, raramente questo rende l’idea di quanto sia complicato questo periodo o da quanto tempo duri questo “ultimamente”.


Eppure c’è il vento che fischia, occupando lo spazio che occupava la persona che ora non c’è più. Anche lui, come il tempo che passa, è incurante della nostra sofferenza, quindi possiamo dire che sì, il vento in-fischia.


Questo rumore, una volta sarebbe stato a malapena udibile perché sovrastato dalla voce della persona che ora non c’è più, oppure sarebbe stato un argomento di conversazione. Invece ora amplifica solo questa sensazione di solitudine, risaltando il silenzio che lo circonda.


Dopo un’altro ritornello bello pesantuccio, c’è un’outro che potrebbe anche farmi piangere se effettivamente avessi qualcuno a cui pensare mentre ascolto questa canzone. 


“A salutarti non so più come fare ora che

Non ti vedo più molto in questa casa

E, anche se poi ci penso, io non penso più a te

Rimani solo abitudine di vita”


Mentre cerca di capire come andare avanti, ecco che i ricordi di questa persona spariscono e vengono sovrascritti da degli altri. All’improvviso, sono più i momenti in cui non ci pensa più che quelli a cui ci pensa.


Prima o poi, in un modo o nell’altro si riesce ad andare avanti e l’unica testimonianza del passaggio di chi non c’è più rimane ciò che ci hanno lasciato. I loro insegnamenti, le abitudini che ci hanno trasmesso, i loro modi di dire, le loro idee, più passa il tempo e meno ci ricorderemo da dove vengono, eppure sono la testimonianza più forte e concreta che queste persone siano esistite. 


Marco oltre ad essere un musicista incredibile è anche molto gentile e mi ha scritto in merito a questa canzone. Mi ha anche chiesto di non citare il fatto personale, spero di aver capito a cosa si riferisce e di aver eliminato la parte giusta.

Avevo già scelto tutte le canzoni per quest’anno quando è uscito questo album. Non avevo mai ascoltato Marco Giudici prima, ma sentendo la prima canzone del disco ho deciso che sarebbe stato necessario farle posto in questa scaletta. 


Questo brano è un coltello affilato che ti taglia via mezzo polpastrello mentre stai affettando la cipolla, perché con gli occhi lucidi non hai visto bene cosa stavi facendo e con estrema facilità lui ti è entrato nella carne e ha lasciato un solco.


Marco ci parla di una persona persa, di qualcuno che era nella sua quotidianità, ma che ora non c’è più. Non mi sembra una canzone d’amore, ma portebbe anche esserlo. 

In particolare qualcuno che se n’è andato un po’ all’improvviso.


“A salutarti non so come si fa ora che

Ci siam cresciuti un po' troppo in questa casa

E se in un giorno così dimenticassi qui

Telefono, chiavi, abitudini di vita

Ci metterei più di troppo ad andar via”


Non sa come salutare questa persona, visto che i suoi ricordi sono dovunque in casa sua, ci sono cresciuti un po’ troppo dentro. Ora, anche se non c’è più, ogni cosa gli ricorda che prima c’era, perché le sue abitudini erano legate a quella casa in cui verosimilmente vivevano insieme.


Ci metterebbe più di troppo ad andare via di lì perché vorrebbe dire cancellare l’ultima parvenza di esistenza di questa persona nella sua vita. Sarebbe anche un modo per metterci una pietra sopra e ripartire, ma ora è troppo presto. Ci vuole ancora del tempo, più di troppo appunto.


“E senza dire niente passerei qui le notti

A fare nulla, a far tardi e finché dormi

Non chiederei: "Come stai?", so che è difficile, sai

Parlare quando si avrebbe bisogno

Di stare dentro a una bolla tutto il giorno”


Ogni giorno sembra uguale all’altro, questo vuoto incolmabile lo spinge all’apatia e all’ozio. Finisce per andare a letto tardi, ma senza fare nulla. 

In questi momenti è difficilissimo aprirsi e spiegare agli altri cosa si prova, è certamente più facile chiudersi nella propria bolla e non affrontare il problema. Una bolla fatta di abitudini e stratagemmi per evitare di fare i conti con quello che è successo e di fatto non fare progressi per lasciarsi questa storia alle spalle.


Il ritornello è il vero protagonista di questa canzone. La sua delicatezza e la sua crudeltà sono disarmanti. Il fatto che sia anche canticchiabile lo rende ancora più struggente.

Inizia così:


“Una sera come tante

Vivi o morti indifferente”


Come dicevo prima, ogni sera diventa uguale alle altre, non facendo nulla di produttivo, come se fosse già morto. A tal punto che se morisse davvero farebbe poca differenza.


“Se il tempo passa, è un prepotente

Che fa a pezzi queste ore

Di una sera come tante

In cui non so dove finire

Per non avere mai distanze

Che mi separino da te”


Il tempo che diventa un prepotente, perché passando si porta via tutto senza chiedere il permesso. I ricordi diventano sempre meno nitidi, finendo per far uscire completamente dalla nostra vita le persone che non ne fanno più parte, perché lo sforzo per trattenerle con noi diventa insostenibile. 


Il tempo che passa, fa a pezzi anche tutto il tempo della vita non vissuto, passandolo a piangersi addosso, tempo che non gli ridarà più nessuno. Ore che non si ricorderà di aver vissuto perché non ha fatto nulla. 

Fa a pezzi anche tutti i tentativi vani di cercare di colmare la distanza che ci separa tra noi e chi se n’è andato, probabilmente per sempre. Ma comunque, la cosa che conta è che questa persona non ci sia più, spostare il discorso sulla propria sofferenza sarebbe una mancanza di rispetto. Infatti il ritornello si chiude così:


“Ma non è questo l'importante

No, no”


L’ultima strofa ha solo quattro versi e suonano più o meno come quattro pugni nello stomaco:


“È un gran casino ultimamente

E il vento infischia indifferente

Nel rimbombo degli androni, mhm-mhm

Solitudine di agosto del solito posto”


Cercando di riassumere il nostro stato d’animo, magari giustificandoci per qualche comportamento inappropriato, spesso si semplifica dicendo “è un gran casino ultimamente”. Spesso però, raramente questo rende l’idea di quanto sia complicato questo periodo o da quanto tempo duri questo “ultimamente”.


Eppure c’è il vento che fischia, occupando lo spazio che occupava la persona che ora non c’è più. Anche lui, come il tempo che passa, è incurante della nostra sofferenza, quindi possiamo dire che sì, il vento in-fischia.


Questo rumore, una volta sarebbe stato a malapena udibile perché sovrastato dalla voce della persona che ora non c’è più, oppure sarebbe stato un argomento di conversazione. Invece ora amplifica solo questa sensazione di solitudine, risaltando il silenzio che lo circonda.


Dopo un’altro ritornello bello pesantuccio, c’è un’outro che potrebbe anche farmi piangere se effettivamente avessi qualcuno a cui pensare mentre ascolto questa canzone. 


“A salutarti non so più come fare ora che

Non ti vedo più molto in questa casa

E, anche se poi ci penso, io non penso più a te

Rimani solo abitudine di vita”


Mentre cerca di capire come andare avanti, ecco che i ricordi di questa persona spariscono e vengono sovrascritti da degli altri. All’improvviso, sono più i momenti in cui non ci pensa più che quelli a cui ci pensa.


Prima o poi, in un modo o nell’altro si riesce ad andare avanti e l’unica testimonianza del passaggio di chi non c’è più rimane ciò che ci hanno lasciato. I loro insegnamenti, le abitudini che ci hanno trasmesso, i loro modi di dire, le loro idee, più passa il tempo e meno ci ricorderemo da dove vengono, eppure sono la testimonianza più forte e concreta che queste persone siano esistite. 


Marco oltre ad essere un musicista incredibile è anche molto gentile e mi ha scritto in merito a questa canzone. Mi ha anche chiesto di non citare il fatto personale, spero di aver capito a cosa si riferisce e di aver eliminato la parte giusta.

le parole dell'artista

le parole dell'artista

le parole dell'artista

"Abitudini di vita" parla di un momento in cui senti che la cosa migliore è lasciare andare, dell’infida sensazione familiare dello stare a contatto con qualcosa che non è più vivo, del riconoscere il pieno valore a quel tipo di amore che non è più presente. è la prima canzone che ho scritto di questo insieme, su questo tema della separazione, in un momento in cui ancora non ci stavo dialogando davvero - ne ero solo molto spaventato. […] era un rapporto importante per me, per entrambi, ma quel momento ha in qualche modo generato una rottura ed è stato di fatto un lutto affettivo importante.

"Abitudini di vita" parla di un momento in cui senti che la cosa migliore è lasciare andare, dell’infida sensazione familiare dello stare a contatto con qualcosa che non è più vivo, del riconoscere il pieno valore a quel tipo di amore che non è più presente. è la prima canzone che ho scritto di questo insieme, su questo tema della separazione, in un momento in cui ancora non ci stavo dialogando davvero - ne ero solo molto spaventato. […] era un rapporto importante per me, per entrambi, ma quel momento ha in qualche modo generato una rottura ed è stato di fatto un lutto affettivo importante.

"Abitudini di vita" parla di un momento in cui senti che la cosa migliore è lasciare andare, dell’infida sensazione familiare dello stare a contatto con qualcosa che non è più vivo, del riconoscere il pieno valore a quel tipo di amore che non è più presente. è la prima canzone che ho scritto di questo insieme, su questo tema della separazione, in un momento in cui ancora non ci stavo dialogando davvero - ne ero solo molto spaventato. […] era un rapporto importante per me, per entrambi, ma quel momento ha in qualche modo generato una rottura ed è stato di fatto un lutto affettivo importante.

Un abbraccio,

Edo


Un abbraccio,

Edo


Un abbraccio,

Edo